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Tra i paesi dell’Unione europea, l’Italia è uno di quelli che sta pagando il prezzo più alto per le conseguenze dei cambiamenti climatici. Gli eventi direttamente collegati alle condizioni meteo estreme hanno “bruciato” 35,6 miliardi di euro nel decennio tra il 2010 e il 2020, secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili sull’argomento: un costo di 41 euro annui per ogni italiano. Oltre ai danni materiali, sempre più evidenti ed ingenti nelle città, e oltre al tributo di vite umane, che l’Istat ha calcolato in 265mila nel solo 2022, la crisi globale incide anche nella spesa per gli acquisti alimentari. Le ondate di calore, e in generale i fenomeni climatici estremi, impattano sulle tasche degli italiani per 4,7 miliardi di euro ogni anno.

Il calcolo è di Consumerismo, associazione in difesa dei consumatori, che per descrivere il fenomeno ha utilizzato l’espressione “inflazione climatica”. “Il cambiamento climatico impatta sulle risorse, sull’agricoltura, sulle infrastrutture e sulla produzione di energia – spiegano gli esperti che hanno condotto l’analisi – comportando un aumento dei costi generali che a sua volta influenza i prezzi dei beni e dei servizi offerti al pubblico. Ad esempio, il costo di un bene agricolo aumenta a causa di una minore disponibilità di produzione dovuta a un cambiamento climatico negativo, come sta accadendo da molti mesi a numerose tipologie di ortaggi o frutta”. Esattamente come succede con i prezzi di alcuni servizi essenziali come trasporti, forniture di acqua, gas ed elettricità, tutti fortemente soggetti ad eventi estremi.

Il costo dell’inflazione climatica

Restando al settore alimentare, i cambiamenti climatici influiscono fino al +3,2% sui prezzi al dettaglio, con un surplus di spesa – soltanto per l’acquisto di cibi e bevande – pari a +246 euro annui in media per una famiglia con due figli. In un’epoca in cui il benessere della popolazione è legato a doppio filo all’economia, il dato impone una riflessione su come il cambiamento climatico stia agendo come un elemento che amplifica le diseguaglianze sociali. Basti pensare anche al maggior uso di condizionatori, appannaggio soltanto di chi può permetterseli, che per via delle ondate di calore “costa” circa 110 euro annui a nucleo, oltre 2,8 miliardi di euro considerata la totalità delle famiglie italiane. Il costo dell’inflazione climatica si somma a quello dell’aumento dei prezzi già particolarmente marcato e determinato da cause legate al ciclo economico. Nel mese di giugno in Italia si attestava a +6,4%, mentre la media del 2022 nel nostro Paese è stata del +8,1% contro il +1,9% registrato nel 2021. Come effetto diretto del caro prezzi, afferma Coldiretti, è stato registrato un calo del 4,7% sulle quantità di prodotti alimentari acquistati dagli italiani nello scorso anno. E ne ha risentito anche la qualità di quanto finisce nel carrello: il cibo low cost dei discount alimentari ha fatto segnare un aumento del +9,1% delle vendite in valore, il più alto nel commercio al dettaglio. I consumatori sono comunque stati costretti a spendere il 7,9% in più a causa dei rincari determinati dalla crisi energetica, esplosa con l’inizio della guerra in Ucraina.

Chi muove i fili

Safe Food Advocacy, organizzazione indipendente senza scopo di lucro che mira a garantire che la salute e le preoccupazioni dei consumatori rimangano al centro della legislazione alimentare dell’Ue, ha chiesto alla Commissione ed alle altre istituzioni comunitarie di intervenire, puntando il dito contro le speculazioni dei grandi distributori di prodotti alimentari, denunciate da associazioni di settore come iPES Food e Foodwatch. Quest’ultima ha pubblicato un rapporto, chiamato “Quando gli speculatori approfittano della crisi alimentare”, che analizza i dati della Borsa di Parigi e dei principali mercati a termine di materie prime alimentari ad essa connessi, vale a dire quelli in cui è possibile comprare o vendere un prodotto nel futuro fissando il prezzo dello scambio al momento della stipula. Il report evidenzia come tra il 2020 e il 2022 le società di investimento specializzate abbiano aumentato dell’870% i propri acquisti con finalità speculative su questi mercati: veri e propri colossi che si occupano esclusivamente della compravendita del cibo e non hanno nulla a che vedere con le fasi di produzione o messa in commercio, che però ad oggi detengono circa un terzo del mercato. Per contrastare fenomeni simili SAFE Food Advocacy ha formulato, tra le altre istanze, quella di introdurre gli aumenti ingiustificati dei prezzi al consumo tra le pratiche commerciali sleali. Nella speranza di porre fine a un fenomeno che affama sempre più persone in nome del profitto.



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