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L’Inps si adegua alla sentenza del 2022 della Consulta e dispone i rimborsi a favore dei percettori di pensione di reversibilità. I motivi.

Autore: Claudio Garau
Data di pubblicazione: 4 Gennaio 2024







Come spiega il sito web dell’Inps, la pensione ai superstiti consiste in un trattamento previdenziale assegnato in ipotesi di morte del pensionato (pensione di reversibilità) o dell’assicurato (pensione indiretta), in favore dei familiari superstiti. L’istituto tiene a precisare che la pensione di reversibilità, che qui interessa sul piano degli aggiornamenti giurisprudenziali, corrisponde ad una quota percentuale della pensione del de cuius.

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Ebbene, proprio su questo tema, la notizia recente è relativa ai rimborsi in arrivo da parte dell’INPS, dopo la sentenza della Consulta del 30 giugno 2022, determinando il conseguente adeguamento da parte dell’Istituto – pur con notevole ritardo, con la circolare n. 108 del 22 dicembre 2023. Via libera dunque al ricalcolo delle pensioni ai superstiti per il riconoscimento del miglior trattamento di cumulo con i redditi da lavoro.

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Facciamo chiarezza e scopriamo quali beneficiari che potranno recuperare le somme ingiustamente trattenute dallo Stato. I dettagli.

Pensione di reversibilità, in arrivo i rimborsi dopo la sentenza n. 162 del 2022 della Consulta

La novità di inizio 2024 in campo pensionistico non attiene alla sospirata riforma strutturale della previdenza, ma a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale circa un anno e mezzo fa: la pensione di reversibilità spetta in misura piena, e non decurtata, pur in presenza di redditi propri e, conseguentemente, chi non l’avesse incassata nel suo ammontare integrale, può domandare e ed ottenere il relativo conguaglio.

Più nel dettaglio con la sentenza n. 162 del 30 giugno 2022 la Consulta ha dichiarato che:

  • la pensione di reversibilità non può essere decurtata, in ipotesi di cumulo con ulteriori redditi del beneficiario, di un ammontare che oltrepassi l’importo complessivo dei redditi aggiuntivi;
  • in presenza di altri redditi, la pensione di reversibilità può essere decurtata esclusivamente fino a concorrenza dei redditi stessi.

Ecco perché, nel rimarcare che il cumulo tra pensione e reddito deve sottostare a determinati limiti – dovendosi apporre un bilanciamento tra i differenti valori coinvolti – questo giudice ha aperto la strada ai conguagli Inps.

Quando arrivano i rimborsi

E’ una sorta di mini-rivoluzione del sistema pensionistico italiano, che consentirà agli aventi diritto di ottenere gli arretrati spettanti. Un adeguamento che l’Inps non ha disposto nell’immediato in quanto la citata sentenza in materia risale addirittura al giugno 2022.

Ma nel 2024, finalmente, l’istituto di previdenza si adeguerà al provvedimento della Consulta, che ha dichiarato contrario alla Costituzione il meccanismo secondo cui all’aumentare del proprio reddito, corrispondeva la progressiva riduzione dell’importo della cd. pensione ai superstiti. Le decurtazioni dell’assegno ai superstiti erano scattate a cominciare da chi ha un reddito personale annuo maggiore di 4 volte il trattamento minimo Inps e non fa parte di nuclei familiari con figli minori, studenti o disabili.

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Di fatto si trattava di un meccanismo fissato dalla legge, ma la Corte ha appunto dichiarato incostituzionale le relative norme pensionistiche.

In questi anni hanno dovuto fare i conti con un importo di reversibilità più basso tutti coloro che, non essendo parte di famiglie con minori o disabili, hanno dichiarato negli anni 2019 – 2023 un reddito maggiore di quattro volte il trattamento minimo.

Rimborsi automatici da parte di Inps

Cosa succederà ora? Ebbene, nel corso del 2024 l’istituto di previdenza si occuperà delle operazioni di conguaglio e, perciò, darà luogo ai rimborsi a favore di chi abbia ottenuto una pensione di reversibilità con un ammontare ingiustamente decurtato, nell’ultimo quinquennio.

In concreto gli interessati, ovvero i percettori e le percettrici della pensione di reversibilità, non dovranno fare alcuna domanda: sarà Inps ad occuparsi direttamente dell’aggiornamento, facendo pervenire agli aventi diritto un conguaglio con i mancati importi per gli anni compresi tra il 2019 e il 2023. A partire da quest’anno, invece, i conti saranno effettuati secondo i criteri indicati dalla Corte Costituzionale.

Conclusioni

Con la citata sentenza la Corte ha rimarcato l’irragionevolezza di una situazione che contrasta con la finalità solidaristica legata all’istituto della reversibilità, mirata a valorizzare il legame familiare che univa, in vita, il beneficiario della pensione con chi, al suo decesso, ha invece beneficiato del trattamento di reversibilità. Anteriormente alla citata sentenza della Consulta quel legame familiare, invece che agevolare il superstite, finiva per danneggiarlo, privandolo di un importo che supera i propri redditi personali.

Quando la Corte Costituzionale dichiara incostituzionale una norma di legge – come in questo caso -ciò implica che detta regola è priva di efficacia e vincolo giuridico, perché contrastante con i principi costituzionali. In materia di pensioni, Inps non può che adeguarsi alla decisione della Corte Costituzionale, andando a disapplicare la norma incostituzionale per conformarsi alle disposizioni costituzionali valide ed alle indicazioni dei giudici. Infatti, l’istituto opera sempre nell’ambito della legge e nel quadro delle disposizioni date dalla Corte.

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Infine ricordiamo che le cifre del rimborso comportano non solo il conguaglio in sé, ma altresì gli importi correlati alla rivalutazione, come pure gli interessi.

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Per ulteriori dettagli, rinviamo comunque al testo completo della sentenza della Corte Costituzionale, consultabile in questa pagina web del sito ufficiale.



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