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diClaudio Trabona

Continua la tendenza positiva. Resta il nodo delle retribuzioni. E la demografia preoccupa

La paura del futuro, i numeri del presente. Il Veneto del lavoro, in questo Primo Maggio, oscilla tra questi due poli, entrambi in qualche modo condizionati dalla madre di tutte le questioni economicosociali del Paese (e della regione): la glaciazione demografica. E se rischiamo di avere presto «una Festa del lavoro senza i lavoratori» (copyright Ance Veneto, il 30 aprile in una nota) è vero anche che i dati ci continuano a dire di un’occupazione in ascesa. Anche quelli in tempo reale (o quasi): nel primo trimestre del 2024 il bilancio delle posizioni di lavoro dipendente (e privato) è positivo nella misura di 28 mila unità. Se guardiamo all’intero 2023, il quadro appare molto chiaro: il saldo complessivo (rispetto a tutto il 2022) è stato di 38 mila contratti in più, di cui 19.300 attribuibili a donne e 18.800 a uomini. Come più volte è emerso nelle rilevazioni recenti, la dinamica più forte riguarda i lavoratori maturi, bramati dalle imprese sempre più bisognose di trattenere le competenze al loro interno: sono stati assunti 94 mila e 500 senior (over 55) ed è l’unica categoria a registrare un aumento in assoluto.




















































Meno assunzioni ma molti meno licenziamenti

E gli altri, allora? In realtà lo scorso anno le assunzioni di giovani (under 30) e di adulti (30-54 anni) sono diminuite rispetto al 2022, ma meno delle cessazioni, cioé dei licenziamenti, delle scadenze di contratto o delle dimissioni. Morale: saldo nitidamente positivo. I numeri sul tasso di occupazione in Veneto sono quindi da record, anche per i giovani, come riferisce Ilaria Rocco, ricercatrice di Veneto Lavoro: «Se analizziamo la fascia tra i 25 e i 34 anni, cioé la classe di età meno condizionata dal numero di coloro che sono impegnati negli studi, nel 2023 arriviamo a un tasso dell’80,2%». Nel 2022 eravamo a quota 79,2% e nel 2019 al 76,3%. La progressione è evidente anche per il tasso di disoccupazione, che misura il numero di coloro che un posto non ce l’hanno e lo cercano attivamente: «Siamo passati dal 7,9% del 2019 al 4,8% dello scorso anno».

Precari

Insomma i giovani, volendo generalizzare, il lavoro lo trovano. E sembra diminuire il precariato: «Tra gli under 30 in Veneto abbiamo circa 30 mila assunzioni a tempo indeterminato e 35 mila stabilizzazioni, livelli tra i più alti dal 2015», conferma Ilaria Rocco. Il segnale è lampante: la platea si restringe per effetto della tendenza demografica, le imprese non riescono a trovare figure sufficienti da inserire e provano ad incentivare anche attraverso la leva del posto fisso.

Quello che non va

Tutto bene dunque? Ovviamente no. Resta un’ampia fascia di occupazione mal retribuita e precaria, condizioni tipiche per gli junior. Riguarda in particolar modo (ma non solo) il turismo, la ristorazione, alcuni comparti dei servizi. Come ne usciamo? Il tema numero uno, per il professor Paolo Gubitta, ordinario al Dipartimento di Economia dell’università di Padova (ed editorialista del Corriere del Veneto) è «alzare innanzitutto la quota di imprese inserite in filiere ricche di contenuto tecnologico e con più alto valore aggiunto. Oggi ciò che conta davvero, almeno per quanto riguarda i giovani più qualificati, è che le aziende offrano posti interessanti, non solo meglio retribuiti». In che senso? «Più welfare, più flessibilità nell’organizzazione, più opportunità di vita e di soluzioni abitative».

Dove intervenire

C’è bisogno di un salto quantitativo ma anche qualitativo: «Significativa è la ricerca appena pubblicata sulle società benefit italiane, che abbiamo contribuito a realizzare con il nostro Dipartimento di Economia. Quelle che inseriscono nei propri statuti scopi di sostenibilità sociale, economica e ambientale (i famosi parametri Esg) riescono anche a pagare meglio i propri dipendenti». Non esiste solo la fascia alta dei ben laureati, però. «Certo. I ragazzi che escono da scuole professionali o tecniche, o con più bassa scolarità in generale, hanno bisogno soprattutto di percorsi di formazionelavoro reali e ben definiti. Devono acquisire competenze da spendere nel futuro».

L’emorragia di lavoratori

Se questa è la battaglia per l’oggi, la guerra per il domani è sulla tenuta del sistema. La glaciazione demografica incombe nei prossimi anni: «Il Veneto – ricorda il presidente di Ance Veneto, Alessandro Gerotto – perderà circa 220 mila persone in età lavorativa nei prossimi dieci anni». Perfino un settore in crisi (causa fine dei bonus) come le costruzioni dovrà fare i conti con «9.600 nuove unità di lavoro per il prossimo quadriennio», aggiuntive ai saldi attuali. Motivo per cui urge un’azione a tutto campo, come sottolinea Tiziano Barone, direttore di Veneto Lavoro: «Spingere ancora di più sulla leva della formazione; potenziare le politiche e i servizi per le famiglie per favorire la natalità e la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro». E poi, ovviamente, gli immigrati: «Con il progetto Thamm+, ad esempio, che vede coinvolto il Veneto insieme a Lombardia ed Emilia Romagna, prevediamo di formare 500 lavoratori marocchini in ambito meccatronico direttamente nel loro Paese per poi inserirli, entro i prossimi tre anni, nel mercato del lavoro delle tre regioni interessate».

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1 maggio 2024

 

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